Di Jeremy Olek
Ho passato tutta la mia vita professionale nel mondo delle imprese. Se c'è una cosa che ho sempre sopportato a stento, è la retorica della "critica costruttiva". Dietro la cosiddetta critica costruttiva ho riscontrato quasi sempre uno stertile lamento e nulla più. Eppure ho incontrato anche molti capi che si sono fatti portatori di questa retorica: voglio collaboratori critici, che mi sappiano dare torto, che mettano in discussione le scelte! Capi apparentemente illuminati, in realtà portatori di un nuovo conformismo.
Questo ha concorso a generare una cultura fondata sul lamento continuo, sulla critica a prescindere, su una falsa concezione di "franchezza", il famoso "dico quello che penso". Così il "sì" è stato bandito e chiunque lo pronunci viene additato in quanto "yes man" ed è rimasto spazio solo per il "no", o meglio per il "sì, ma" e per il "sì però": per dire davvero di no, ci vuole un coraggio che chi non sa dire sì, non ha. Tutto è messo in discussione criticamente, tutto, tranne la garanzia del proprio stipendio. Così le organizzazioni si sono riempite di ribelli garantiti.
Questa cultura in effetti pemea la società nel suo complesso e premia chiunque si renda protagonista di un gesto di apparente ribellione: una maglietta con la faccia di Che Guevara, una bandiera della Palestina, un pranzo vegano. Il ribellismo conformista trionfa.
Fra una decina di giorni, frotte di ribelli garantiti si recheranno alle urne, convinti di compiere, con l'ennesimo "no", il loro gesto di ribellione quotidiana, in realtà, esprimendo il loro conformismo sotto forma di conservazione.
Di Eglaia Tosti
Le istituzioni repubblicane italiane nascono nel dopoguerra sulla base del patto costituzionale fra mondo politico cattolico e mondo politico comunista. Da quel patto deriva uno Stato burocratico-paternalistico che garantisce fino agli anni sessanta un formidabile sviluppo del Paese che è passato alla storia come "il miracolo italiano".
A partire dagli anni settanta, si sono avvertiti i primi scrcchiolii e ha inizato a farsi strada la necesità di un'evoluzione verso un sistema democratico meno bloccato, che garantisse l'alternanaza fra opzioni diverse.
Bettino Craxi, negli anni ottanta, si impegnò nel favorire tale evoluzione e lavorò assiduamente per modernizzare il Paese. Larghi settori del mondo politico cattolico e comunista si opposero fieramente e, complice l'iniziativa di "mani pulite", Craxi fu fatto fuori.
Negli anni novanta fu la volta di Silvio Berlusconi, mosso dall'intento di promuovere un "nuovo miracolo italiano" attraverso la sua cosiddetta "rivoluzione liberale". Anche in questo caso, il mondo politico catto-comunista fece le barricate e, complice la persecuzione giudiziaria alla quale Berlusconi fu sottposto, dovette rinunciare a ogni velletità innovatrice.
Lo stesso Matteo Renzi, negli anni duemila, provò a strappare il testimone dalle mani di Berlusconi e a proporsi come soggetto innovatore. Ancorchè segretario del maggior partito della sinistra, il PD, dovette anch'egli fare paradossalmente i conti con l'ostracismo del mondo politico catto-comunista, al quale si aggiunse quello dello stesso Berlusconi. Anche in questo caso, la magistratura politicizzata ci mise un bel carico da novanta, così, con la sconfitta al referendum costituzionale del 2016, il suo intento innovatore naufragò.
Oggi, esattamante a dieci anni di distanza dall'ultimo tentativo e a quaranta dal primo, è il turno di Giorgia Meloni. Il referendum costituzionale relativo al tema della separazione delle carriere in Magistratura, si è inevitabilmente riempito di contenuto politico. Per la sinistra, è diventato, di fatto, un plebiscito pro o contro Meloni. In effetti in questo referendum è in gioco una posta più rilevante, la domanda politica alla quale siamo chiamati a risponedere è la seguente: ci sentiamo pronti a scavallare la fase storica del sistema catto-comunista? E' tutto qui. Basta rispondere.
Di Ghino di Tacco
Che Italia sarà? Una colonia americana? Un Paese che, abbandonato dagli USA, dovrà svendersi all'impero russo? L'Italia saprà forse destreggiarsi per ritagliarsi favori da ciascuno dei Paesi egemoni (USA, Russia, Cina), senza concedersi in modo esclusivo a uno dei tre?
Che Europa sarà? Un agglomerato burocratico senz'anima? Una federazione fra Stati diversi, gelosi della propria sovranità? Saprà invece farsi nazione?
Che mondo sarà? Di certo sarà un mondo molteplice e contraddittorio, proprio come ogni individuo che lo abita. In questo mondo ognuno di noi potrà scegliere se pretendere un mondo migliore o regalargli comunque il meglio di sè.
In bocca al lupo!