Lettera aperta al manifestante abituale
n°11
febbraio 2026
PERIODICO
DI RIFLESSIONE POLITICA
"Il nostro intento consiste nell'osservare la realtà con i piedi ben piantati nel presente e lo sguardo mai rivolto al passato"
by Alessandro Chelo
A cura di Alessandro Chelo
Perchè il mondo cambia con velocità e intensità inusitate, mai sperimentate fino ad oggi. Non basta dirlo, bisogna tenerne conto, bisogna adottare nuovi paradigmi e, per farlo davvero, bisogna lasciare andare le vecchie credenze e i vecchi ancoraggi. Bisogna mollare gli ormeggi e iniziare a guardare il mondo con occhi nuovi, osservando la realtà con i piedi ben piantati nel presente e lo sguardo mai rivolto al passato. Non serve rimpiangere il bel tempo andato, occorre scovare l'innovazione e comprenderla, da qualunque parte essa provenga, in qualunque forma si presenti, impegnandosi affinchè il nuovo tempo non sia terreno di rivincita, ma di emancipazione; non di recriminazione, ma di accrescimento.




di Alessandro Chelo
Lettera aperta al manifestante abituale
di Jeremy Olek
Guardare negli occhi il nuovo mondo
di Alberto Fusi
Wild at Heart
di Ghino di Tacco
Fratelli d'Europa
Di Alessandro Chelo
Caro manifestante abituale,
A molti il tuo impegno piace. "E' l'ora di "scendere in piazza!", si dice. Chi manifesta dimostra di essere impegnato nel "cambiare le cose", chi se ne sta a casa pensa solo a se stesso. Questo si dice. Anche tu la pensi così? Io no, io penso che l'umanità avanzi soprattutto grazie a chi si impegna in ciò che fa, nel lavoro, in famiglia, nella vita sociale, con gli amici. Credo meno ai cortei. Certo, lo so, alcuni atti dimostrativi hanno segnato passaggi epocali, ma sono casi rari e poi, diciamolo, spesso la manifestazione, le statue che crollano, i forconi in piazza, arrivano dopo, a cose fatte. Rappresentano più una consacrazione che un fattore di cambiamento.
Altre volte la manifestazione serve solo a chi manifesta, serve sostanzialmente a sentirsi "dalla parte giusta della storia", frase che il manifestante abituale normalmente ama molto. Sta di fatto che la manifestazione ben difficilmente propone, essa semmai contesta; quasi mai si pone per, è quasi sempre contro. Le stesse manifestazioni cosiddette propal sono parse più anti-israeliane, anti-americane, anti-occidentali che pro-qualcosa.
A proposito di manifestazioni propal, ti sei mai chiesto, caro manifestante abituale, come mai non "scendi in piazza" contro il regime degli ayatollah sanguinari? In pochi giorni sono state sterminate decine di migliaia di civili, tanti quanti - dicono le fonti terroristiche di Hamas - in tre anni di guerra nella striscia di Gaza. Eppure niente, neanche un presidio, una conferenza, una fiaccolata. Neppure uno sciopero del venerdì. Perchè? Forse non te lo sei chiesto o forse trovi delle scuse, magari menti a te stesso.
Provo a rispondere io. Sui terroristi di Hamas proietti i tuoi miti e sostituisci la realtà con l'idea deforme secondo la quale costoro sarebbero "partigiani che combattono per la loro terra", quando sono invece solo dei fanatici religiosi, desiderosi di sterminare un popolo, quello ebraico, e l'intero occidente in quanto popolato da infedeli. Ma per te costoro sono partigiani, così chiunque combatta i loro nemici (che sono gli stessi tuoi) diventa un tuo alleato, magari scomodo, ma di fatto alleato. Per questo non batti ciglio di fronte allo sterminio dei civili iraniani, perchè quel regime sanguinario e oscurantista sta compiendo una sorta di "sacrificio necessario" per poter combatte insieme a te e ai terroristi di Hamas i vostri comuni nemici: Israele, gli USA, l'occidente.
Con tutto ciò, non ti invito di certo a "bloccare tutto" (così scrivete sui vostri striscioni, "blocchiamo tutto") contro il regime iraniano come avete cercato di fare contro Israele: una tangenziale paralizzata non salva alcuna vita, nè a Gaza nè a Teheran. Ti invito semmai a fermarti, a staccare un attimo, a concentrati sui tuoi affetti, sul tuo lavoro, sui tuoi desideri.
Caro manifestante abituale, vuoi davvero impegnarti a costruire "un mondo migliore"? Inizia con l'affermare te stesso in ciò che fai: un mondo di persone in pace con se stesse, sarebbe di per sè un mondo migliore.
Di Jeremy Olek
Talora ci rappresentiamo la realtà in modo deformato, in quanto filtrato dai nostri miti, così la interpretiamo per ciò che vorremmo che fosse e non per ciò che è. Questo nuovo mondo va invece guardato in faccia, senza pudori, senza ancoraggi, senza nostalgie. Non c'è più il mondo bloccato dall'equilibrio imposto dai due blocchi, sovietico e americano, ma non c'è più neppure il mondo multipolare, pacificato dalla globalizzazione.
Qualcuno pensa che la contraddizione principale con cui fare i conti oggi sia rappresentata dal conflitto più o meno strisciante fra quello che chiamiamo occidente da un lato e l'alleanza dei paesi anti-occidentali dall'altra. Non mi pare che questi "occhiali" ci aiutino molto e l'inimicizia di Trump nei confronti dell'Europa, ce lo racconta: c'è ancora l'occidente per come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi? Pensare a un fronte occidentalista, incentrato sull'asse USA-Europa con l'Europa a recitare la parte di polo debole, ma colto, oggi non ci aiuta. Si ha la netta impressione che gli USA, sempre più lacerati fra cultura woke e cultura MAGA, si allontanino vieppiù da quei valori occidentali di libertà individuale e diritto collettivo che quelle due culture, sia pure in modo diverso, negano.
Proviamo dunque a capire con quali "mondi" dobbiamo fare oggi i conti. Abbiamo innanzitutto a che fare col mondo dei paesi egemoni. I paesi egemoni utilizzano modalità differenti: militari, economiche, diplomatico-negoziali, propagandistiche, spionistiche, contaminanti e infiltranti, sempre volte ad estendere il loro dominio. A questo mondo appartengono oggi USA, Russia e Cina, dove la disputa fra America e Cina costituisce una contraddizione secondaria. C'è poi il mondo dei paesi dipendenti, quei paesi che accettano di buon grado di vivere sotto il dominio di fatto del paese egemone di turno. Appartengono a questo mondo paesi come la Corea del Nord, il Venezuela, la Bielorussia, forse l'Argentina, diversi paesi africani, per fare pochi esempi. L'ultimo mondo è rappresentato dai paesi indipendenti. Questi paesi stanno progressivamente prendendo coscenza del loro ruolo nel mondo e, chi più chi meno, si stanno attrezzando per interpretare al meglio il ruolo. Appartengono a questo mondo paesi come il Giappone, il Canada, probabilmente il Brasile.
E i paesi europei? Sono divisi fra loro e soprattutto al loro interno. Sono attraversati da pulsioni contraddittorie: ora volte a fare da sponda nei confronti del colonizzatore russo, ora a vedere negli USA una sorta di colonizzatore buono, ora a promuovere l'autonomia militare ed economica di ogni singolo paese europeo, ora volte al rafforzamento dell'Unione Europea.
Di certo, uno Stato Federale Europeo, rappresenterebbe il più forte e autorevole fra i paesi indipendenti, in grado di mantenere la propria indipendenza interagendo alla pari - e, se possibile, in amicizia - con i paesi egemoni, ma non è detto che questo orizzonte sia realistico. Sta di fatto che se l'Europa non si farà nazione, per molti singoli paesi europei, Italia compresa, la prospettiva dell'indipendenza si farà molto flebile.
Di Alberto Fusi
"È un mondo cattivo, senza pietà, che racchiude dentro di sé un cuore selvaggio”. Così diceva Lula nel film Cuore selvaggio del 1990.
Le immagini che provengono da Minneapolis ci raccontano in effetti di “un mondo cattivo, senza pietà”. Quelle immagini rappresentano l’orrore stesso. Paramilitari nelle strade di una città occidentale che sparano sui civili come nel vecchio West. Solo che siamo nel terzo millennio e gli Stati Uniti sono (dicono) impegnati a tornare grandi. Viene allora da riflettere su questa presunta grandezza. Se c’è mai stata, se è mai esistita, ed in cosa è mai consistita.
L’America è un continente nato sulla violenza e sulla predazione. Una nazione che sembra portare con sé un destino di violenza. Come in una nuova e colossale tragedia classica, c’è un Edipo americano che si porta dietro le colpe della sua violenza passata che a loro volta lo condannano ad un destino perpetuo di morte ed incesti.
Cominciamo dall’inizio allora.
Il primo atto di violenza è coevo con la nascita. Fu compiuto dai padri pellegrini nei confronti della popolazione indigena. Questi cento puritani scappati alle persecuzioni religiose, arrivati in pieno inverno sulle coste del Massachusetts, sarebbero tutti morti di fame e freddo senza l’aiuto e l’ospitalità degli indigeni locali. Ma il tradimento era dietro l’angolo. Appena rifocillati e riorganizzati, mostrarono subito un’idea di superiorità razziale che portò a decretare che i nativi americani, alla cui naturale accoglienza dovevano la vita, non erano in realtà esseri umani. Ricordiamocelo, perché l’ideologia MAGA è impossibile senza questo tratto intellettuale da razza eletta. Una celebre rockstar americana contemporanea in un brano tristissimo dal titolo emblematico (“The price you pay”) canta così: do you remember baby/ the story of the Promised Land?/ how we crossed the deserts sands / and could not enter the chosen land.
Questo seme di violenza era già tale da generare una profonda contraddizione sociale, ma la radicalità dello sterminio fu tale da non lasciare vivo praticamente nessuno a testimoniare l’odio e la rivolta (gli indiani del nord America sopravvissuti furono veramente pochi ed incapaci di tramandare la loro storia). L’unico genocidio nella storia dell’umanità veramente riuscito fino in fondo.
Così, mentre questi uomini perseguitati e timorati di Dio, si preparavano a lasciare morti centinaia di migliaia di nativi americani nel solo nord America, al tempo stesso si organizzavano per sfruttare la terra di cui si erano appena predatoriamente impadroniti. Rendendosi subito conto che la vastità degli spazi era tale da richiedere molte più braccia di quelle disponibili con l’immigrazione dall’Europa, con l’aiuto degli stati mercantili del vecchio continente (Olanda e Portogallo) concepirono la geniale idea di portare milioni di africani nel nuovo mondo. Nasce così il secondo grande crimine contro l’umanità, un rapimento senza precedenti per ampiezza ed efferata violenza che lascerà, questa volta sicuramente, una ferita insanabile nella cultura nordamericana tanto che ancora nel terzo millennio parliamo di “black lives matter”.
Ancora una volta però a sorreggere questa immensa operazione “commerciale” troviamo un’ideologia suprematista: i neri d’Africa non sono esseri umani, ma cose, merce. Se avete tempo guardate un magnifico film degli anni ’90 di Spielberg che si intitola Amistad. Attraverso la vicenda del processo ad un equipaggio di neri che nel corso del viaggio si sono ribellati ed hanno ucciso l’equipaggio di bianchi negrieri, vi viene restituito un interessante spaccato dell’ipocrisia dell’ideologia dominante: i neri possono anche essere nati liberi in Africa, ma nel momento in cui sono acquistati dai bianchi, diventano schiavi e la condizione di schiavi si trasmette ai loro figli. Un buon modo per assicurare forza lavoro infinita e a basso costo, per sempre. L’abolizione della schiavitù, non potendo implicare, come successe invece per i nativi americani, lo sterminio della popolazione di colore, semplicemente per questione di numero, ebbe come unico risultato di inserire nella società nordamericana una ulteriore contraddizione sociale ed ondate di violenza che dal Klu Klux Klan a Luther King arrivano fino ad Atlanta e Minneapolis.
Ma non è stata solo la diversità etnica a scatenare la violenza. Il nuovo mondo sembra caratterizzato non solo da una cultura suprematista, ma anche da una profonda difficoltà a tollerare le differenze culturali, anche quando sono portate da “razze” europee. I primi colonizzatori erano inglesi, tedeschi ed olandesi, ma presto, al nord, si sono aggiunti irlandesi, italiani, polacchi, mentre le guerre negli stati del sud spingevano l’ingresso di ispanici. La cultura anglo-sassone dominante si è affrettata a collocare tutte queste popolazioni nei gradini più bassi della scala sociale organizzandone lo sfruttamento con metodi sempre più violenti e generando reazioni illegali (la mafia italiana) o parzialmente legali (il sindacalismo operaio di inizio Novecento).
Gli Stati (dis)Uniti di America sublimano il loro destino edipico nella prima metà del secolo scorso quando si presentano come un immenso campo di battaglia: indiani nei lager delle riserve, neri segregati nei ghetti, operai e disoccupati della grande depressione. Tutto bolle socialmente, con l’unica valvola di sfogo che è l’ovest. Anche qui troviamo un archetipo che si perpetua: la ricerca di valvole di sfogo per la pressione interna. Si sa, Edipo per sopportare il suo orrore deve fuggire sempre.
Quando la pressione arriva al Pacifico, inizia il terzo ed ultimo ciclo di violenza, che è l’imperialismo. Non è la dottrina Monroe (impedire ingerenze europee in America), che era antecedente ed aveva un altro significato rispetto a quello che cerca oggi di conferirgli Trump. E’ la sistematica e continua ricerca di campi di battaglia esterni (Sud-est asiatico, America centrale, Sudamerica, Medio Oriente, Nord Africa) per mitigare la guerra interna. Nota bene, tutti conflitti fallimentari, in cui l’America-Edipo esce sempre sconfitta e con le ossa rotte, ma che sono riuscite nel loro scopo di arrivare ad oggi, al MAGA. Cioè all’idea - confusa e sfocata - che sia esistita una passata grandezza da riaffermare.
C’è però un’importante novità dopo secoli di peregrinazioni e violenze: lo slancio sembra esaurito. Le guerre indiane, gli africani, il colonialismo erano tutte idee (orribilmente) innovative, partorite da una nazione proiettata verso il futuro che calpestava ogni cosa si parasse sul suo cammino verso l’avvenire. Nella cultura nordamericana c’era dentro di tutto (suprematismo, razzismo, revanscismo), ma mai la nostalgia che oggi invece domina e che è sempre il segnale di qualcosa che è finito. Quando passi il tempo a sognare di tornare grande come in passato, significa che non sei più capace di sognare il futuro. E non saper sognare il futuro è segno di decadenza.
Questo oggi è diventata l’America che spara sui suoi figli: una nazione decadente che si culla su un’antica grandezza che in realtà non c’è mai stata. Un’illusione, come quella che ha portato i Padri Pellegrini a sbarcare sulle coste di un mondo nuovo solo per scoprire che si erano portati dietro tutto il loro passato di violenza e sopraffazione. Edipo si è accecato e ha maledetto i suoi figli. Mentre risuonano gli spari a Minneapolis, la comunità europea farebbe meglio a girarsi altrove. Isolarli politicamente invece che continuare a cercarli in nome di un Occidente di cui loro non hanno mai fatto parte.
Il futuro del mondo, per quanto sconvolgente e disturbante, sono i Brics, il Brasile, l’Oriente.
Lasciamo Edipo a morire a Colono dopo quattrocento anni di false promesse e, almeno noi che abbiamo già esorcizzato le nostre colpe in duemila anni di storia, guardiamo verso nuovi orizzonti.
Di Ghino di Tacco
Fratelli d'Europa, l'Europa s'è desta. Sarebbe bello poter cantare questo verso, sarebbe bello poter immaginare una sorta di risorgimento europeo. Ma oggi siamo piuttosto distanti dal poterlo fare. Nella seconda strofa dell'Inno di Mameli, un verso recita così: "Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi. Stando ai giudizi di Putin e Trump, oggi questo destino tocca ai paesi europei, da costoro calpesti e derisi.
E' realistico pensare a uno scatto di orgoglio? A scatenare i moti risorgimentali fu il Congresso di Vienna e la coseguente negazione delle aspirazioni liberali nazionali. Anche i paesi egemoni odierni negano le aspirazioni liberali nazionali. La Russia le nega militarmente in Crimea, Donetsk, Luhansk, Kherson, Zaporizhzhia, Abkhazia, Ossezia del Sud, Transnistria, Bielorussia. Non è sufficiente a suscitare l'impulso al risorgimento europeo? Cos'altro ci vuole?
Si pensa che la reazione europea all'atteggiamento imperialista russo debba limitarsi al pur sacrosanto sostegno all'Ucraina. Non è così: la risposta più seria sarebbe l'Europa che si fa nazione, proprio come fecero gli staterelli italici in tempo risorgimentale. Ma oggi gli europei sono disposti a "stringersi a coorte"? Si sentono "pronti alla morte"? Per generare l'orglogio europeo e lo spirito epico necessari, bisogna forse partire da un altro verso dell'Inno di Mameli, un verso semplice quanto potente: uniamoci, amiamoci.
Ciò presuppone di resistere a chi ci vuole divisi, ai facili e sciocchi campanilismi, puntando semmai su ciò che ci unisce. Ci unisce più di quanto noi stessi europei percepiamo: le sinfonie di Beethoven, le arie di Verdi, lo spirito della rivoluzione francese, le opere di Shakespeare, le visioni di Picasso e Miro, il pensiero di figure come Descartes, Kant, Hegel, Nietzsche. Arti e pensieri che attraversano trasversalmente il continente europeo e ne costituiscono le fondamenta. Lo Stato Federale Europeo non si costruisce solo sulla moneta, neppure è sufficiente una difesa comune nè una politica interna ed estera comune, si edifica a partire dal sentirsi nazione da parte delle genti europee: lingua, cultura e simboli. Su questo bisognerebbe iniziare a lavorare. Subito. A partire - lo so, sembra banale - dalla partecipazione di una sola squadra europea alle Olimpiadi e ai campionati mondiali delle diverse discipline sportive. Uniamoci e amiamoci, come fratelli, i Fratelli d'Europa.
In questo processo l'Italia può fare la sua parte, lo farà a condizione che, anche sul piano nazionale, si sappia guardare alla luna e non al dito, si sappia andare oltre le beghe, il posizionamento, la tattica di schieramento. I predestinati di questa partita sono quei soggetti mossi da quelle aspirazioni liberali che i paesi egemoni cercano di negare: libertà individuale e diritto collettivo. In quest'ottica, è imprescindibile procedere al più presto a un tavolo di elaborazione politica comune tra le forze che si ispirano a tali principi e che non sono mai state contaminate da quell’antioccidentalismo che ha invece caratterizzato la cultura politica comunista e, in parte, cattolica: Forza Italia e le forze liberali emergenti come Azione e il Partito Liberaldemocratico. Qualcuno è disposto ad assumere la leadership di questo processo? Si faccia avanti.
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